La busta era bianca, senza francobollo, con scritto a mano: “Per mamma, da Aurelio”. Il postino l’aveva messa nella cassetta, ma non aveva suonato. Mio figlio era passato di nascosto. Non l’aprii….

La busta era bianca, senza francobollo, con scritto a mano: “Per mamma, da Aurelio”. Il postino l’aveva messa nella cassetta, ma non aveva suonato. Mio figlio era passato di nascosto. Non l’aprii....

La busta era bianca, senza francobollo, con scritto a mano: “Per mamma, da Aurelio”. Il postino l’aveva messa nella cassetta insieme alle bollette, ma non aveva suonato. Mio figlio era venuto fin qui, poi se n’era andato. Posai la busta sul tavolo e non l’aprii.

Thumbnail

Non ero pronta. Non ancora. Tre mesi prima non avrei mai immaginato di trovarmi in questa situazione. Tre mesi prima vivevo nel mio modesto appartamento a Firenze Nova, con la pensione e i libri di matematica a farmi compagnia.

Tre mesi prima credevo di conoscere mio figlio. Il campanello suonò alle sei precise. Non avevo invitato nessuno. Quando aprii la porta, Aurelio era lì, con Beatrice alle spalle, un sorriso tirato e una busta del ristorante cinese.

“Mamma, abbiamo pensato di farti una sorpresa. ”

Non era da loro. Aurelio chiamava ogni due settimane, veniva una volta al mese, e solo se lo sollecitavo io. Beatrice mi salutò con un cenno: “Ciao, Margherita”.

Mai “suocera” o “mamma”. Sempre per nome, come fossimo estranee. Durante la cena notai l’orologio nuovo al polso di Aurelio. Costoso, con quadrante blu e cinturino metallico.

Beatrice aveva un ciondolo che non le avevo mai visto. Due mesi prima mi avevano chiesto trecento euro per riparare l’auto. “Come va il lavoro? ” chiesi.

“Benissimo. ” Aurelio sorrise. “Mi hanno aumentato il limite dei prestiti. Posso approvare fino a cinquecentomila euro da solo.

Beatrice aggiunse: “Sto pensando di lasciare il supermercato. Forse presto posso permettermi di non lavorare per un po’”. Non commentai. Poi il telefono di Aurelio squillò.

Lui uscì nel corridoio, ma la voce arrivò lo stesso: “Sì, la documentazione è pronta. Nome: Margherita Bellacorte. Nessun problema, ho già sistemato”. Rimasi con la forchetta a mezz’aria.

Quando tornò, cambiò subito argomento. “Mamma, stiamo pianificando un grande cambiamento di vita. Potremmo aver bisogno del tuo aiuto. Solo una firma, niente di che.

Non risposi. Prima di andarsene, Aurelio mi lasciò una busta. “L’assicurazione che mi avevi chiesto di pagare. Eccola.

Io non gli avevo mai chiesto di pagare la mia assicurazione. Quando la porta si chiuse, aprii la busta. Non era una ricevuta assicurativa. Era un documento di acconto per un immobile.

Cinquantamila euro. Il mio nome nella colonna dei pagatori. Un pagamento che non avevo mai autorizzato. Passai la notte a guardare il soffitto.

La mattina dopo telefonai a Isabella, una vecchia amica insegnante. “Conosci un avvocato? ”

“Cosa è successo, Margherita? ”

“Non lo so ancora.

Ma qualcosa non quadra. ”

Isabella mi diede il numero di suo nipote. Poi chiamai Francesca, una mia ex studentessa che lavorava all’Agenzia delle Entrate. Ci incontrammo al solito caffè vicino casa.

“Ho bisogno di capire se ci sono prestiti a mio nome che non ho firmato. ”

Francesca esitò. “Quello che mi chiedi non è proprio legale, Margherita. ”

“Non ti chiedo di infrangere la legge.

Solo di dirmi dove andare. ”

Mi scrisse un nome e un indirizzo su un foglietto. Poi aggiunse: “Posso verificare se qualche immobile è stato registrato a tuo nome. Dammi qualche giorno”.

Due giorni dopo mi chiamò. La sua voce era tesa. “Margherita, c’è un mutuo ipotecario a tuo nome. Quattrocentocinquantamila euro.

Banca Fiorentina. La banca dove lavora Aurelio. ”

Il mondo si fermò. “Il primo pagamento è già stato effettuato.

Cinquantamila euro. Quello che hai visto nella ricevuta. ”

Andai in banca. Chiesi di parlare con qualcuno che non fosse mio figlio.

Mi accompagnarono da Silvano Rossini, un impiegato sulla trentina. Quando mi vide, spalancò gli occhi. “Signora Bellacorte? Lei è stata la mia insegnante di matematica al liceo.

Lo guardai meglio. Seconda fila, lato destro. Risolveva sempre i problemi in modo non convenzionale. “Silvano, ho bisogno di vedere la documentazione di un prestito fatto a mio nome.

Un prestito che io non ho richiesto. ”

Esitò. Poi annuì. “Ho dieci minuti prima della riunione.

Li esamini qui. ”

Aprì la cartella. C’era tutto: richiesta, contratto, valutazione del credito. E una firma che sembrava la mia, ma non era la mia.

La M era sbagliata. Il tratto finale mancava. “Questa non è la mia firma. ”

Silvano guardò il documento, poi me.

“Non sono sorpreso. Suo figlio si comportava in modo strano. Transazioni dubbie, firme mancanti. Niente di ufficiale, ma cominciavo a osservarlo.

“Per cosa è stato usato il prestito? ”

Girò alcune pagine. “Acquisto di una casa. Via delle Colline 26, Bella Vista.

Le chiavi sono già state consegnate. ”

Presi un taxi. Il quartiere era elegante, con ville moderne e giardini curati. La casa al 26 era una costruzione a due piani con finestre panoramiche.

C’era un furgone delle pulizie parcheggiato fuori. Suonai. Nessuno. La porta era socchiusa.

Entrai. Il soggiorno era enorme, con mobili nuovi ancora nella pellicola protettiva. Salii al piano superiore. Nello studio trovai una scrivania con un computer acceso e una pila di cartelle.

La prima conteneva gli atti della casa. Tutto a mio nome. Firme falsificate. La seconda aveva il contratto del mutuo.

Quattrocentocinquantamila euro. Rate da tremila euro al mese. Il doppio della mia pensione. La terza cartella mi gelò il sangue: copie del mio passaporto, patente, codice fiscale, estratti conto degli ultimi sei mesi.

Mio figlio aveva frugato tra le mie cose mentre ero fuori casa, o mentre dormivo. Fotografai tutto con la vecchia macchina che tenevo nella borsa. Poi scesi al piano terra e aspettai. Alle cinque e mezza sentii un’auto fermarsi.

Riconobbi la berlina nera di Aurelio. La porta si aprì. Lui entrò carico di borse della spesa, una bottiglia di champagne in una scatola. Parlava con Beatrice.

“I Moretti moriranno d’invidia quando vedranno la nostra nuova…”

Si fermò. La scatola cadde. “Mamma. Cosa ci fai qui?

“Sto visitando la mia nuova casa. Quella comprata a rate con la mia firma falsa. ”

Aurelio impallidì. “Mamma, posso spiegare.

“Spiega. ” Incrociai le braccia. “Spiega come hai usato la tua posizione in banca per fare un prestito a mio nome, falsificare la mia firma, comprare questa casa. ”

Beatrice si voltò verso di lui.

“Aurelio, è vero? ”

Lui cercò di difendersi. “Avrei pagato io il prestito. Non lo avresti mai saputo.

“E se perdevi il lavoro? Se ti ammalavi? Se decidevi che era troppo faticoso? ” La voce mi tremava.

“Saresti venuto da me a dirmi che dovevo pagare io? ”

Beatrice scoppiò in lacrime. “Mi hai detto che tua madre aveva accettato. Che aveva firmato tutto.

“Non ho mentito sui bonus…”

“Mi hai mentito su tutto,” lo interruppi. “Sai cosa ho trovato nella tua scrivania? I miei documenti. Il mio passaporto.

I miei conti. Hai rubato la mia identità, Aurelio. ”

Abbassò la testa. La discussione durò ore.

Alla fine accettò le mie condizioni: vendere la casa, restituire i soldi, dimettersi dalla banca, confessare tutto alla direzione. Silvano organizzò l’incontro. Il direttore preferì non coinvolgere la polizia per evitare uno scandalo. Aurelio firmò le dimissioni e un accordo che lo obbligava a ripagare ogni centesimo.

Beatrice chiese il divorzio una settimana dopo. Ora era primavera. La casa era stata venduta, il prestito saldato con perdite minime. Io mi ero trasferita in una villetta con giardino in un quartiere tranquillo.

La banca mi aveva pagato un risarcimento per danni morali, e con quello avevo comprato questa piccola casa che sapeva di me. Il mercoledì ricevevo i vecchi colleghi. Ex studenti venivano a trovarmi. Avevo ripreso a insegnare matematica ai bambini del quartiere, gratis.

Simone aveva finalmente imparato le frazioni. Luisa lottava ancora con le equazioni, ma non si arrendeva mai. Ero felice. Nonostante tutto, ero felice.

Presi la busta sul tavolo. La girai tra le mani. Forse un giorno l’avrei aperta. Forse un giorno sarei stata pronta a perdonare.

Ma non oggi. La infilai in un cassetto della scrivania, accanto all’album delle foto di Aurelio bambino. Poi tornai alla veranda, con la tazza di tè e i miei appunti sulla sezione aurea. Domani c’era lezione.

E io avevo ancora molto da insegnare.